Il terzo giorno

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La disfatta del giorno precedente aveva messo in guardia Bhishma, che organizzò più prudentemente i suoi eserciti nella formazione garuda. Nel becco del gigantesco uccello s’era posto egli stesso; negli occhi stazionavano Drona e Kritavarma; Asvatthama e Kripa, con i loro battaglioni, formavano la testa; i Trigarta e Jayadratha erano nel collo, ed il corpo era formato da Duryodhana con tutti i suoi fratelli. Nella coda infine c’era Brihadbala, il Re di Koshala. Tutti erano ovviamente accompagnati dalle rispettive armate.

 Prima di lanciarsi ancora all’attacco, Bhishma parlò ai soldati, rinnovando in loro il coraggio che sembravano avere smarrito.

 Quando Arjuna vide la formazione nemica avanzare verso di loro, si consultò con Dhristadyumna: i due deci-sero di rispondere all’attacco con l’assetto a mezzaluna. Nella prima punta, con la sua armata, c’era Bhima; lungo il fianco, in crescente densità, Drupada e Virata; poi Nila e Drishtaketu; dopodichè si ammiravano il possente Dhristadyumna e suo fratello Shikhandi; seguivano Yudhisthira con il suo esercito di elefanti, Satyaki e i cinque figli di Draupadi. Anche Abhimanyu e il fratellastro Iravan erano nelle vicinanze. Infine Ghatotkacha e i Kekaya. All’altra punta, incutendo terrore a chiunque li guardasse, si erano posti Arjuna e Krishna, che teneva le redini in mano. Tutti erano ansiosi di tornare al combattimento.

 Bhishma, con il suono della sua conchiglia, diede il segnale dell’inizio della battaglia.

 

 In un fitto polverone che impediva una chiara visuale, l’anziano, aiutato da Drona, fu affrontato da Bhima e dal figlio Ghatotkacha; ma gli sforzi dei due eroi non servirono ad impedirgli il solito immane massacro. Simile a un enorme fuoco che, muovendosi fra batuffoli di cotone, l’incendia in un batter d’occhio, Bhishma fece il vuoto attorno a sè, costringendo ancora una volta Arjuna a dirigersi verso di lui. Vedendolo arrivare, i soldati che coprivano le spalle al Kurava si batterono al massimo delle loro forze, volendo permettere al loro generale di continuare la sua opera di devastazione. Sakuni riuscì persino a distruggere il carro di Satyaki, ma non riuscì ad ucciderlo. L’eroe Vrishni saltò sul carro di Abhimanyu, dal quale continuò a combattere.

 E mentre Bhishma e Drona si dirigevano verso Yudhisthira, che intanto veniva protetto dai gemelli di Madri, la confusione diventò indescrivibile.

 Chi si mise veramente in luce, quel giorno, fu Ghatotkacha, che si mosse con furia terribile, incutendo spavento ancora più di quanto avesse fatto il padre sino ad allora. Scontratosi con Duryodhana e il suo battaglione, lo annientò completamente, risparmiando quet’ultimo solo per non rompere il giuramento del padre.

 Vedendolo combattere come ispirato, Bhima accorse e si scagliò contro l’odiato nemico, che potè salvarsi solo grazie all’intervento dei due anziani maestri. Essi riuscirono a portarlo fuori dal campo e a farlo curare dalle numerose ferite che gli erano state inferte.

Passarono pochi minuti e Duryodhana tornò, in tempo per vedere la sua armata martoriata dai prodigi di Bhima e di Satyaki. Non sopportando la vista di tale carneficina, corse da Bhishma.

 “Perchè guardate quei due massacrare i nostri uomini e non fate nulla per impedirlo?” gridò infuriato. “Eppure tu sei ancora in vita, e anche Drona, e suo figlio Asvatthama, perciò come potete permettere che tutto ciò accada? Potevate dirlo subito che amate i Pandava così tanto da volere la loro vittoria. Se avete già perso la voglia di lottare ditemelo, e io chiederò a Karna di venire a combattere per me.”

 Bhishma lo guardò e gli rise in faccia.

 “Sono anni che ti sto dicendo che i Pandava non possono essere vinti, che persino Indra stesso non sarebbe in grado di affrontarli in battaglia; ma non hai mai voluto ascoltarmi, non hai mai voluto prestare attenzione a ciò che ti dicevo. Tutti noi stiamo facendo ciò che è nelle nostre capacità, specialmente io che sono oramai vecchio e non posso fare più di quanto non stia già facendo.”

 Ma poichè Duryodhana continuava a rimproverarlo Bhishma, punto dalle parole aspre del nipote, si lanciò con furia decuplicata nella mischia.

 E la situazione di quella mattina, che era stata fin troppo favorevole ai Pandava, si capovolse al punto che tutti dovettero risvegliarsi alla dura realtà di quella presenza asfissiante. L’arco del vecchio guerriero sembrava cantare, e il sibilo delle frecce, che correvano alla velocità della luce, ne era l’accompagnamento. Colpiti a centinaia, i soldati Pandava cadevano mutilati e fiumi di sangue ripresero a scorrere: lo stesso Bhishma sembrava correre alla velocità delle sue frecce.

 Accorgendosi di quell’esplosione di aggressività, Arjuna tentò di opporsi, ma gli riusciva difficile individuarlo: in un momento sembrava materializzarsi a est, l’istante dopo a ovest, in altri ancora non riusciva a vederlo affatto. Sembrava che Bhishma avesse preteso il palcoscenico del campo tutto per sè, che solo lui ne fosse diventato il protagonista, e che il suo solo desiderio fosse diventato ad un tratto distruggere, senza l’aiuto di nessuno, l’intera armata dei Pandava.

Vedendo tutto ciò, Krishna rimproverò l’amico Arjuna.  

“Perchè guardi questo massacro e non intervieni? Tu potresti fermarlo e non lo fai perchè ami e rispetti questo grande uomo; ma hai dimenticato il tuo dovere di Kshatriya? hai dimenticato i soprusi che hai dovuto subire dai Kurava? e la promessa che mi hai fatto?”

 “Guida il carro dove si trova ora il grande Bhishma,” ribattè il Pandava in tono risoluto.

 E i due si scontrarono ancora.

 Il combattimento elegante ma efficace di Arjuna fu applaudito apertamente da Bhishma, il quale man mano che questi sciorinava il suo vasto repertorio di maestria marziale, sottolineava quelle meraviglie gridandogli: “Ben fatto!”, oppure, “bravo Arjuna!”, oppure, “continua così, figlio di Indra.” Ma nonostante fosse in totale ammirazione per il nipote, egli combatteva sempre con rabbia tremenda. Arjuna invece si manteneva morbido, quasi gentile, parendo timoroso di offendere quella grande personalità. Tutti lo notarono. Krishna guardò Satyaki.

 “Amico mio,” gli disse, “io ho promesso a Draupadi di vendicarla di tutte le sofferenze che ha subito, e ho anche promesso di liberare questo pianeta dall’assillo degli Asura. Ma Arjuna ama troppo i suoi parenti e i suoi maestri, rispetta troppo Bhishma e Drona e non mette cuore nella battaglia. Se continua così, non riusciremo mai a vincere. Ora, siccome la mia promessa non può mai riuscire vana e giacchè non vuole prestarsi al mio servizio, farò io ciò che avrebbe dovuto compiere lui.”

 E mentre parlava con Satyaki, la sua furia aumentava visibilmente, finchè il divino Krishna abbandonò la forma umana e assunse quella del distruttore Narayana. Non appena ebbe assunto tale aspetto, pensò alla sua arma, il Sudarshana che immediatamente, brillante come mille soli, comparve nella sua mano destra. Era terribile e nel contempo affascinante vederlo sul carro di Arjuna con il disco che gli girava a una velocità vertiginosa intorno all’indice destro. Tra nuvole di polvere Krishna saltò giù dal carro, con il cipiglio di un leone infuriato.

 Tutti, fermandosi, pensarono:

 “Ora Krishna distruggerà il mondo intero.”

 Nessuno poteva distogliere lo sguardo da quell’immagine. E mentre avanzava verso Bhishma con tutta l’intenzione di ucciderlo sul posto, le gocce di sudore si mischiavano alla polvere, mentre i suoi lunghi capelli venivano mossi delicatamente dal vento.

 A quella scena fantastica, Bhishma scese dal carro e s’inginocchiò in terra.

 “O Signore dei Signori,” pregò con umiltà, “io mi inchino davanti a Te. Non merito l’onore della Tua furia quando potresti distruggermi semplicemente volendolo. Ma poichè vuoi benedirmi, ti scagli contro di me brandendo Sudarshana. O Narayana, non può esserci gloria più grande di questa. Vieni, dunque; togliendomi la vita mi libererai della compagnia empia dei Kurava.”

 Vedendo Krishna che si avvicinava minacciosamente all’anziano eroe, Arjuna saltò giù dal carro e gli corse dietro, afferrandolo il Signore per il braccio che brandiva il disco. Poi cadde ai suoi piedi.

 “Amico mio, non devi rompere un giuramento per colpa mia: tu hai promesso che non avresti preso le armi in questa battaglia. Ora se tu lo facessi, la tua reputazione verrebbe compromessa. Non adirarti con me, non uccidere Bhishma personalmente; io ti giuro che lo fronteggerò con maggiore impegno e che lo fermerò.”

 Placato dalle parole di Arjuna, Krishna tornò sul carro e riprese le redini in mano: poi alzò la conchiglia trascendentale Panchajanya e la suonò con forza, imitato dal Pandava. Quei suoni fecero perdere ai loro nemici ogni coraggio, ogni speranza di vittoria. Scosso dall’insolita visione del volto furioso di Krishna, quel giorno Arjuna combattè come non mai, usando contro Bhishma le sue armi celestiali e causando una terribile carneficina.

 

 Fu una grande fortuna per i Kurava che mancasse poco al tramonto, cosicchè i generali Kurava poterono richiamare i loro eserciti. Qualora la battaglia fosse continuata, Arjuna avrebbe distrutto l’intero esercito nemico quella sera stessa.

 Nella sua tenda, Duryodhana era l’immagine della disperazione. Per la prima volta aveva visto le terribili capacità del cugino, e ne era terrorizzato.

 Poi, scesa la notte, trovò un pò di sollievo nel sonno.

 

 

Questa è una sezione del libro “Maha-Bharata Vol. 2”, in lingua italiana.

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