Manthara

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Molti anni prima la regina Kaikeyi aveva adottato una bambina gobba e orfana, incontrata nella casa del suo zio materno. Il suo nome era Manthara e le era stato dato il compito di accudire le stanze private della regina. Nonostante il carattere talvolta aspro e spesso invidioso della sua governante, Kaikeyi si era affezionata a lei. Quel giorno Manthara vide il fermento caratteristico delle occasioni di festa e immaginò che qualcosa di importante stesse per accadere. La gente era particolarmente felice e rideva e scherzava per le strade anche per ragioni futili. Si chiese cosa stesse per succedere. In un momento in cui si trovava con Kaikeyi, glielo chiese.

“Vedo che tutti si stanno preparando per qualche grande evento, ma non sono ancora riuscita a sapere cosa si festeggerà. Mia cara regina, tu ne sarai al corrente: di cosa si tratta?”

Kaikeyi la guardò con espressione gentile.

“Ma come, non sai nulla? Oggi per noi è un giorno di grande gioia. Dasaratha sta per proclamare Rama principe ereditario. Presto l’amato Rama diventerà il re di Mithila.”

Sentendo questo, Manthara s’incupì e strinse le labbra, presa da una violenta rabbia.

“Rama sarà incoronato principe ereditario?” quasi gridò. “E dovrei esserne lieta? Ma come fai tu a essere felice in un giorno cosi funesto per te? Hai tutte le ragioni per essere infelice, invece.”

Kaikeyi pensò che stesse scherzando.

“Via Manthara,” le rispose cercando di sdrammatizzare. “E’ un giorno così bello, perché mai dovrei essere infelice?”

Manthara, goffa nella sua deformità, sembrava arrabbiata davvero e la regina capì presto che non stava scherzando.

“Un giorno così bello? Ma cosa pensi che succederà a te e a tuo figlio Bharata il giorno in cui il re lascerà il corpo? Ragiona. Questo è il giorno della tua sconfitta. Quando Rama sarà incoronato tu sarai certa di non poter mai essere la madre di un re, e mai nessuno ti mostrerà rispetto.”

Kaikeyi non prendeva ancora molto sul serio le parole della sua governante.

“Ma tu sai bene,” rispose, “che Rama è nato prima di Bharata e quindi, secondo le consuetudini, è l’erede di diritto. Inoltre non credo che nessuno mai mi mancherà di rispetto. Rama è un giovane nobile e premuroso e mi ha sempre amata alla stessa maniera di come ha amato la sua stessa madre.”

Manthara divenne rossa in viso, ora gesticolava.

“No, non sarà più così nel futuro. Rama ti tratterà come una serva e cercherà di uccidere Bharata perché sa che un fratello minore valoroso è un pericolo costante. Questa è la politica del potere, è sempre successo così. E poi, dopo aver ucciso tuo figlio, ti caccerà dalla corte e ti esilierà.”

Kaikeyi non credeva che Rama avrebbe mai potuto comportarsi in un modo tanto atroce, ma Manthara era così insistente e portò così tanti argomenti che alla fine la regina si convinse. Pensò che avrebbe dovuto fare qualcosa per il suo bene e per quello di Bharata. Il pensiero del figlio seduto sul prestigioso trono di Ayodhya aveva acceso in lei uno strano fervore.

“Sì, è vero. Dobbiamo impedire l’incoronazione di Rama. Io voglio vedere mio figlio sul trono. Ma cosa possiamo fare? Rama ha il diritto per nascita. Non vedo una soluzione.”

Manthara, a quelle parole, ebbe una smorfia di trionfo.

“Devo forse ricordarti ciò che accadde tempo fa? Tu stessa me lo hai raccontato. Ricordi quando accompagnasti tuo marito in quella battaglia dove i Deva combatterono contro gli Asura? Ricordi che il re fu ferito e che tu gli salvasti la vita guidando il carro fuori del campo di battaglia? Allora il re ti promise di soddisfare due tuoi desideri, qualunque fossero. Tu a quel tempo non avevi particolari desideri, ma lui insistette, così tu dicesti:

“Ora non ti chiedo nulla per me, ma nel futuro potrei avere qualche desiderio da soddisfare: promettimi che in qualsiasi momento te li chiederò tu me li concederai.”

“Dasaratha promise. E tu finora non gli hai mai chiesto nulla. Kaikeyi, questo è il momento. Chiedi al re due cose: che mandi in esilio Rama nella foresta per quattordici anni e che nomini Bharata principe ereditario.”

La regina rimase turbata a quel pensiero. Esitò un istante. Non era sicura che quella fosse la cosa giusta. Ma l’ambizione e l’insistenza di Manthara ebbero la meglio e cedette al piano diabolico.

Cosa successe nel cuore di Manthara? E in quello virtuoso di Kaikeyi? Chissà. Certo l’ambizione è una cattiva consigliera quando non controllata. Bharata stesso, pur nel suo dolore, riconobbe che Manthara e Kaikeyi erano solo gli strumenti di un destino imperscrutabile.

“Vai subito nella stanza dove ci si chiude quando si hanno dei crucci e spargi in terra i tuoi gioielli. Quando Dasaratha verrà a cercarti deve trovarti lì, e vedrai che ti chiederà il motivo della tua afflizione. Allora tu digli cosa vuoi da lui. Va’, presto, il re potrebbe arrivare.”

Kaikeyi andò nella stanza della collera e si sdraiò sul pavimento, fingendosi in preda alla disperazione.

Poco dopo Dasaratha andò a trovare la moglie. Aveva appena finito di dare istruzioni per la cerimonia imminente, il suo cuore era pieno di gioia e voleva condividerla con lei. Entrò nella sue stanze private, ma stranamente non c’era. La cercò ovunque, ma non riuscì a trovarla. Allora Dasaratha chiese alle ancelle se sapevano dove la regina fosse andata e fu informato che era nella stanza della collera.

Il buon re era sorpreso. Perché mai la sua moglie preferita era entrata in quella stanza? Cos’era successo? Kaikeyi aveva sempre avuto tutto ciò che voleva, non le mancava proprio nulla. Cosa la rendeva infelice? Dasaratha si affrettò ad andare nella stanza e la trovò lì, distesa in terra, con i gioielli sparsi ovunque, col volto incupito dal dolore. Dasaratha era sorpreso.

“Mia cara sposa, cosa fai in questa stanza e perché stai lì in terra? Cosa ti rende infelice? Lo sai che per te sarei pronto a fare qualsiasi cosa pur di vederti felice. Spiegami cosa è successo.”

Con la voce rotta dal pianto disse:

“Ricordi quando ti salvai la vita? In quel giorno tu mi promettesti di concedermi due desideri.”

Dasaratha sorrise.

“Ma certo che ricordo. Io ho sempre mantenuto le mie promesse, e sicuramente farò così anche con te adesso. Se hai qualche desiderio chiedi, e ti soddisferò immediatamente.”

“Sì, ora ho due desideri da chiederti,” replicò lei. “Ma voglio che prima tu mi dica ancora che sei pronto a fare qualsiasi cosa per me.”

Il re rispose con tono affabile.

“Mia cara Kaikeyi, sono pronto proprio a tutto pur di vederti felice.”

Sentendo queste parole Kaikeyi si fece forza e indurì il suo cuore. Non le fu facile, perché Kaikeyi era una donna dolce e amorevole.

“Voglio che tu mandi Rama in esilio nella foresta per quattordici anni e che al suo posto nomini Bharata erede al trono.”

Il re non poteva credere a ciò che aveva ascoltato; forse non voleva crederci. Ma forse lei stava scherzando, pensò. Forse era un equivoco. Kaikeyi aveva sempre amato Rama e Rama era stato sempre affettuoso con Kaikeyi. Perché dunque doveva odiarlo tanto? Sul momento Dasaratha non riuscì a dire niente.

“Kaikeyi, cosa stai dicendo?” ansimò infine. “Non posso esiliare Rama. Cosa ti è successo? Perché mi stai chiedendo una cosa simile?”

La regina reagì con veemenza.

“Tu hai fatto una promessa. Le prime regole morali di un re sono la veridicità e l’onestà. Io ti chiedo di esiliare Rama e di nominare Bharata principe ereditario.”

Aveva quasi gridato, con rabbia, con furia, quasi con odio. Non era più la stessa dolce Kaikeyi, era un’altra persona. Chi era? Come fare per convincerla che stava chiedendo una cosa assurda? Vedendolo stupefatto e incapace di reagire e di accettare la realtà, Kaikeyi gli ripeté la richiesta diverse volte. E quando il povero monarca comprese che la moglie faceva sul serio, il dolore gli fece perdere la coscienza. Poi si riprese e cercò pazientemente di dissuaderla dal suo crudele proposito, ma non servì a niente. Kaikeyi era decisa. Quelli erano i suoi desideri.

Per tutta la notte Dasaratha cercò di convincere la moglie, ma il sole che si affacciò da dietro l’orizzonte trovò Dasaratha in preda alla disperazione. Vedendo che il marito non aveva il coraggio di farlo, Kaikeyi chiamò un’ancella e la incaricò di convocare Rama e di farlo venire nei suoi appartamenti, dicendogli che suo padre voleva vederlo.

Quando l’ancella gli riferì il messaggio, Rama rimase un poco sorpreso da quella chiamata a un’ora tanto insolita, tuttavia uscì subito e si affrettò dal padre.

Entrò nella stanza di Kaikeyi e subito si accorse che era successo qualcosa di grave. Dasaratha era sconvolto, aveva gli occhi cerchiati e arrossati dal pianto. Fissava il pavimento: non aveva il coraggio di guardare gli occhi del figlio, così simili ai petali del fiore di loto. Kaikeyi aveva una strana espressione di crudele trionfo negli occhi. Ma tutta l’atmosfera era strana, insolita. Rama era sorpreso e dispiaciuto dall’evidente dolore del padre.

“Ti vedo molto addolorato,” gli disse. “Cosa sta succedendo? Quali sono i motivi che ti rendono tanto sofferente? Nel tuo regno va tutto bene, la gente ti ama e ti rispetta. Cosa c’è che non va?”

Dasaratha non riusciva a parlare, teneva sempre gli occhi bassi e aveva un’espressione terrorizzata, quasi vedesse in quel marmo immagini mostruose che lo minacciavano di chissà quali pericoli. Il suo cuore era pieno di dolore. Senza alcuna pietà Kaikeyi rivelò tutto a Rama. Ma con grande sorpresa, il principe non batté ciglio, e anzi sorrise come se nulla fosse successo.

“Mio caro padre,” disse con voce dolce, “non addolorarti per me. Io accetto l’esilio con la stessa gioia con cui avrei accettato l’incoronazione. Non preoccuparti. Passerò questi quattordici anni nella foresta in compagnia di santi e asceti e mi arricchirò della loro conoscenza spirituale. Inoltre li proteggerò dagli esseri malvagi e così renderò loro un prezioso servizio. E quando saranno trascorsi questi anni tornerò da te, anche se non potrò essere il re. Sappi che non ho alcun attaccamento per le gioie di questo mondo, che spariscono più velocemente di quanto vengano e sono solo causa di ansietà. Sono felice lo stesso, padre, non angustiarti per me.”

Dasaratha conosceva bene suo figlio, si aspettava quella reazione, e la sua bontà lo addolorò ancora di più. Forse avrebbe preferito che Rama avesse reagito violentemente, o che l’avesse ucciso, vistosi privato del suo diritto. Dasaratha si chiese se avrebbe potuto vivere senza il suo figlio prediletto.

Con un sorriso, Rama uscì dalla stanza. Quando vide che si allontanava, Dasaratha svenne. Avrebbe voluto ribellarsi alla crudele moglie, avrebbe voluto correre da Rama e dirgli che rinunciava persino al suo onore, alla parola data, pur di non separarsi da lui, ma non se la sentiva. Sapeva che Rama stesso non avrebbe approvato un comportamento simile. Uno kshatriya non doveva mai venire meno alla parola data, a qualsiasi prezzo; queste erano le ingiunzioni dei Veda, e un re doveva dare l’esempio di obbedienza. Se non si fosse comportato così, nessuno avrebbe più seguito le leggi e tutto sarebbe sprofondato nel caos. Non doveva essere la causa dalla sofferenza di tanti innocenti; meglio soffrire da solo.

 

Questa è una sezione del libro “Il Ramayana”, in lingua italiana.

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