La primavera senza Sita

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Era arrivata la primavera. C’era nell’aria un profumo leggiadro, un miscuglio di numerosi fiori che in quelle stagioni si facevano sentire. Le cose sembravano riprendere vita e colore. E i corsi d’acqua – ce n’erano così tanti nella foresta! – scendevano gentilmente offrendosi a tutti. Tutto sembrava gaio, sereno, il disperato riacquistava la speranza, il sofferente la serenità. Durante la primavera la natura cresceva in bellezza e in fascino. 

Rama non era immune da quell’attrattiva. Il senso della mancanza di Sita era così intenso che alla sua sensibilità acuta tutto ricordava di lei. La regione del lago Pampa era stupenda durante la primavera. Ammirando le bellezze della natura, Rama si aggirava nei dintorni, immerso in pensieri profondi. Era triste; quanto avrebbe voluto che Sita fosse lì con lui. Per qualche giorno vagarono nei pressi del lago. 

Poi si addentrarono nella foresta di Rishyamukha. Lì abitavano coloro che il fato insondabile aveva designato come loro futuri alleati, i Vanara, una potente razza di uomini-scimmia. Sapevano che non avrebbero dovuto cercare troppo, che li avrebbero trovati loro. Così vagarono senza meta all’ombra di alberi secolari.

I Vanara

La loro ipotesi era esatta. I Vanara, sempre all’erta, li avevano già scorti. In quel momento Sugriva in persona li osservava di nascosto. Dopo averli esaminati sufficientemente si ritirò e convocò il consiglio dei ministri. Sugriva era visibilmente preoccupato.

“Avete visto quei due stranieri? Il loro portamento è quello degli kshatriya, e sono guerrieri fieri e nobili. Sicuramente saranno anche valorosi in combattimento. Che siano uomini di Vali venuti per uccidermi?”

Jambavan parlò per primo.

“Non siamo sicuri che siano nemici. Quindi non c’è bisogno di allarmarsi anzitempo. Io credo che dovremmo mandare qualcuno da loro per conoscerne le intenzioni.”

Hanuman riprese la proposta di Jambavan.

“Ha ragione. Non c’è bisogno di avere paura. Io stesso posso andare da quei due giovani guerrieri per cercare di conoscere le loro vere intenzioni.”

Hanuman incontra Rama

Con l’approvazione di tutti gli altri, e dopo avere assunto le sembianze di un asceta, Hanuman si diresse verso il luogo dove erano Rama e Laksmana. Li salutò.

“Come state?” disse. “Spero che tutto vada per il meglio nella vostra vita e che la fortuna vi sorrida sempre.”

Rama offrì rispettosi omaggi a colui che credeva un asceta e gli rispose che la fortuna in quel periodo non era stata molto benevola con loro.

“Chi siete?” riprese Hanuman. “Da quale famiglia provenite? E cosa fate su queste colline, dimora dei nobili Vanara, virtuosamente guidati dal valoroso Sugriva?”

“Io mi chiamo Rama,” rispose, “e questo è mio fratello Laksmana. Siamo principi in esilio e nostro padre era il re di Ayodhya, Dasaratha. Siamo qui proprio per conoscere Sugriva e per fare amicizia con lui. Lo conosci? Sai dove si trova?”

Quando Hanuman sentì che quel nobile giovane che gli era di fronte era il famoso Rama di cui aveva sentito parlare così tante volte e che segretamente adorava come sua divinità, non riuscì più a contenere la gioia. Abbandonò le sembianze di asceta, riprese le sue fattezze naturali e si gettò ai piedi di Rama.

“Finalmente ho potuto conoscerti, guardarti, ascoltare le tue parole. Io sono Hanuman, uno degli assistenti di Sugriva. Egli è qui per paura di suo fratello, in questa foresta, ed è sempre diffidente con chi non conosce. Venite, vi porterò da lui.”

Rama sorrise di cuore. Era felice di aver trovato Sugriva così presto. Tranquillizzò ancora Hanuman.

“Non dovete aver paura di noi. Non siamo i sicari di nessuno. Siamo venuti solo per fare amicizia con il vostro re.”

 

Questa è una sezione del libro “Il Ramayana”, in lingua italiana.

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