Kabandha dirige Rama dai Vanara

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Camminando celermente nella tenebrosa foresta, Rama e il suo fratello più giovane si imbatterono in un altro terribile Raksasa. Costui era alto come una montagna e la sua voce sembrava provenire dalle profondità di una caverna. Era senza testa, e la grande bocca era nel mezzo del suo gigantesco petto, sopra del quale un unico grande occhio brillava come un tizzone ardente. Quando arrivarono, il mostro stava mangiando leoni, orsi e vari tipi di uccelli. Aveva le braccia lunghissime e incuteva terrore solo a guardarlo. 

Kabandha – così si chiamava il Raksasa – vide i due fratelli e allungò fulmineamente le braccia per afferrarli. Colti di sorpresa i due non poterono difendersi e si videro trascinati fino quasi a finire nella bocca del mostro. Velocissimi, riuscirono a sfoderare le spade e con pochi poderosi fendenti gli tagliarono le braccia.

Ormai incapace di nuocere o di difendersi, Kabandha guardò i due fratelli e, con voce bassa e oramai rantolante, si rivolse a loro.

“Rama, ascolta. Voglio raccontarti del motivo per cui sono caduto in questa orrenda condizione di vita. Ascoltami con attenzione.

“Tempo fa, grazie a rigorose austerità, soddisfai Brahma, che mi benedisse con una lunga vita. Per questa benedizione che mi rendeva invincibile io sfidai Indra. Durante il combattimento egli distrusse la mia testa, le mie braccia e le mie gambe, ma non poté uccidermi. Così mi dette queste braccia che voi oggi mi avete tagliato, e mi pose quest’occhio e questa bocca nel petto. E mi disse:

“Quando Rama e Laksmana taglieranno queste braccia e ti uccideranno, riprenderai il tuo aspetto originale.”

“Così in questo corpo orribile io vagavo per le foreste e mi divertivo a spaventare i saggi. Ma un giorno il Rishi Sthulashira si arrabbiò e mi maledisse:

“Tu manterrai questa orribile forma per sempre.”

“Io divenni terrorizzato e chiesi il suo perdono. Alché disse:

“Riprenderai la tua bella forma corporea quando Rama e Laksmana bruceranno il tuo corpo.”

“E ora sii misericordioso verso le mie sofferenze e dammi l’opportunità di tornare gloriosamente nei pianeti celesti da dove provengo. Brucia questo corpo e io vi darò indicazioni per ritrovare la vostra Sita.”

Sorpresi che il Raksasa sapesse di Sita, Rama e Laksmana fecero come aveva detto loro di fare. Appena il corpo fu incenerito, Kabandha apparve nella sua originale forma celeste. E, pieno di gratitudine per coloro che gli avevano ridato la gioia di vivere, Kabandha parlò ancora.

“Io so quanto state soffrendo per il rapimento di Sita,” disse. “Se volete ritrovarla dovrete allearvi con il re degli uomini-scimmia, i Vanara, e sicuramente la ritroverete. Seguite le mie indicazioni e troverete la collina di Rishyamukha. Lì vive il loro capo, che si chiama Sugriva.”

Dopo aver pronunciato quelle parole, Kabandha scomparve. I due fratelli s’incamminarono verso la collina Rishyamukha.

 

 

Questa è una sezione del libro “Il Ramayana”, in lingua italiana.

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