Il Forum di tutto e di tutti - Benvenuti!Surfare o soffrire?

Il Forum che tutti possono utilizzare
[phpBB Debug] PHP Warning: in file [ROOT]/vendor/twig/twig/lib/Twig/Extension/Core.php on line 1266: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable
Dasa
Site Moderator
Posts: 140
Joined: Thursday 22 December 2016, 12:38
[phpBB Debug] PHP Warning: in file [ROOT]/vendor/twig/twig/lib/Twig/Extension/Core.php on line 1266: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable
United States of America

Surfare o soffrire?

Postby Dasa » Wednesday 8 February 2017, 7:43

Surfare o soffrire?


di Sarvabhauma Dasa


Nel suo libro Racconti su Prabhupada, Govinda Dasi ricorda la reazione del proprio maestro spirituale quando nel 1967 egli vide per la prima volta dei ragazzi americani che facevano attività sportiva nell’oceano:


A volte, Srila Prabhupada sedeva su un telo da spiaggia nel New Jersey e guardava le onde mentre cantava il japa. Era molto bello e sereno, sempre assorto in Krishna, ma anche molto attento al mondo che lo circondava. C’erano giorni in cui le onde grosse richiamavano i ragazzi, che uscivano a nuotare e a surfare. Srila Prabhupada li guardava con grande interesse mentre salivano sulle loro tavole e scivolavano sulle pareti delle onde. Ci chiese: “Che cosa fanno?” Gaurasundara ed io rispondemmo che era uno sport chiamato “surf” ... Srila Prabhupada si concentrò a guardare per un po’, quindi fece una risatina e disse: “Voi lo chiamate surfare, io lo chiamo soffrire.

Saltando sulle onde dell’oceano sprecano la loro preziosa forma umana. Non hanno idea di che cosa accadrà loro in seguito. Se amano così tanto stare nell’oceano, Krishna soddisferà gentilmente quest’aspirazione e darà loro dei corpi di pesce, affinché possano saltare nell’oceano quanto vogliono, anche se la loro sofferenza aumenterà. Perciò dico che non surfano, soffrono.” Egli rifletteva mentre proseguiva nel suo canto eterno di Hare Krishna, sommessamente e serenamente, con il fragore delle onde in sottofondo.


Sono cresciuto a Manhattan Beach, in California, centro del surf e residenza di un pioniere di questo sport, che frequentava il mio stesso liceo: Dewey Weber. Si trattava di un surfista tra i più famosi e innovativi del tempo, e sembrava che il surf gli procurasse un grande piacere. Srila Prabhupada è stato esageratamente pessimista? Dopotutto, c’era chi glorificava con i propri scritti l’invidiabile e apparentemente piacevole posizione di cui Weber godeva nello sport quando ancora era nel pieno del suo vigore:

Dewey Weber apparteneva al gruppo di persone che aveva girato le spalle alla società nella ricerca edonistica dell’onda perfetta ... un grande artista, dedito alla sua vocazione, il guru di una potente cultura americana. Se eri un surfista o anche soltanto uno tra le decine di milioni di piloti d’autostrada che non avevano mai messo piede su una tavola, per te Dewey Weber era un dio, il “Pan del Gasdotto”. La musica dei Beach Boys e i film di Hollywood pubblicizzavano la cultura del surf nella California meridionale. Weber, un biondino basso, energico, tranquillo ma incline alle bravate, era il tipico surfista che trascorreva la sua vita inseguendo l’eterna estate della California e delle spiagge hawaiane. Fu l’indiscusso campione degli anni ’50 e ’60 ... una leggenda.


Nel 1993, dopo più di dieci anni al servizio di Sri Krishna in Texas, durante i quali avevo dimenticato il surf quasi del tutto, ricevetti una lettera da mia madre con accluso un ritaglio di giornale: “Il surfista Dewey Weber muore a 53 anni.” Rimasi scioccato, perché sembrava che Dewey fosse sempre stato in cima al mondo; sulla sua tavola da surf giocava letteralmente con le onde, come un gatto gioca col topo. Ma ora era stato “cancellato”, come si suol dire nello slang dei surfisti quando un surfista perde il controllo o l’equilibrio, e impatta con violenza o si schianta sulle onde. La sua fu una perdita di controllo definitiva — l’annientamento finale — la morte. Sebbene Weber non fosse morto surfando, l’articolo sembrava suffragare le conclusioni di Srila Prabhupada sulla vita materiale, che comporta inevitabilmente la sofferenza; nessuno può evitare le proprie angosce esistenziali (klesa), né col surf, né con qualsiasi altro metodo materiale.


“Di recente, il signor Weber soffriva di ciò che il suo medico ha diagnosticato come un’insufficienza epatica,” dice Mark Lavin, il comandante della polizia di Hermosa Beach. Negli ultimi anni Weber gestiva un negozio di articoli da surf, ma, dicono i suoi amici, aveva subito una battuta d’arresto a causa di problemi con l’alcool, un divorzio e la morte di suo padre. Lance Carson, che condivideva con Dewey la passione per il surf, ha osservato: “Queste vicende personali gravavano su di lui come macigni. È una storia triste, ma egli sarà ricordato per tutte le cose buone che ha fatto per il surf.”


Come ex-surfista, ero sempre rimasto stupito davanti al mistero e alla potenza dell’oceano. A volte c’è il sole e l’oceano dispensa delle belle onde su cui il surfista plana leggero. Altre volte lo stesso mare può essere scuro e inquietante, con onde di risacca pericolose, onde di marea, tsunami, pescecani o meduse urticanti. Non deve sorprenderci che Govinda Dasa, un grande poeta Vaisnava vissuto tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, illustrasse l’esistenza materiale come bhava-sindhu, un “oceano d’ignoranza”. L’oceano è cancala, imprevedibile. È una valanga d’acqua che ci può spazzare via facilmente, come dimostra il disastro del Titanic: Il transatlantico di lusso più all’avanguardia, presentato come una nave che non sarebbe mai potuta affondare, fu inghiottito dal gelido Oceano Atlantico.


Difficoltà tra le Onde

Da adolescente mi divertivo piacevolmente con il surf, ma le mie due esperienze più memorabili si rivelarono traumatiche. Una volta, quando avevo dodici anni, l’Oceano Pacifico colpì la costa della California con una grande mareggiata, generando onde potenti e alte più di quattro metri. Mi piaceva moltissimo surfare, ma ebbi paura di farlo in condizioni così estreme, perciò decisi di stare a casa. Allora Bill Leis, mio amico e autentico spericolato, venne a casa dei miei genitori e disse: “Hey, è tempo di surf! Andiamo.”

Trovai svariate scuse, ma Bill si accorse che avevo paura e cominciammo a discutere. Mio padre ci disse di stare calmi, quindi uscimmo di casa e la nostra discussione si trasformò in una scazzottata. Bill era più alto e robusto di me, e vinse con la prepotenza. La mia punizione? Dovetti seguirlo con la mia tavola da surf per una resa dei conti con l’oceano infuriato. Non mi facevo alcuna illusione su chi avrebbe vinto. Impiegai circa dieci minuti — uno sforzo enorme — solo per pagaiare al di là delle onde incessanti.

Non appena le ebbi superate mi sentii sollevato, ma mi attendeva una sfida ancora più grande: ora dovevo prendere al volo una di quelle altissime pareti d’acqua, alzarmi in piedi sulla tavola, cercare di essere un isvara (controllore) e cavalcare l’onda fino alla riva cercando di non essere spazzato via. Ero congelato, incapace di trovare il coraggio di “buttarmi”. Esitai per più di un’ora e attesi fino a mezzogiorno, quando i bagnini alzarono la bandiera gialla, il segnale per tutti i surfisti di uscire subito dall’acqua. Gli altri surfisti rimasti presero le onde e tornarono a terra, lasciandomi per ultimo.

Alla fine, un bagnino col megafono gridò: “Ehi, tu con i pantaloncini verdi! Vieni ora. Prendi la prossima onda, altrimenti sei nei guai!” Non avevo scelta. Con mio disappunto, l’onda successiva era terrificante, una delle più grosse della giornata. Mentre pagaiavo verso la spiaggia di fronte a quella imponente montagna d’acqua, improvvisamente la mia tavola prese velocità ed io mi alzai in piedi, precipitando lungo la ripida parete dell’onda. Dopo una vertiginosa discesa di circa quattro metri e mezzo caddi alla base di quell’onda mostruosa, scivolai fuori dalla tavola e fui schiacciato da una valanga d’acqua. Cancellato!

Per dieci o quindici convulsi secondi rimasi intrappolato sott’acqua, lottando per respirare, capovolto, impotente in balia di violente correnti, incapace di raggiungere la superficie. Non pensai a Dio né ad altro di sublime; la mia unica sensazione fu una paura sconvolgente di perdere la vita. Probabilmente, mi sentii come si sente un pesce quando viene preso nella rete e tirato fuori dall’acqua. Anni dopo, leggendo Gli Insegnamenti di Sri Caitanya, fui colpito da un passo in cui Srila Prabhupada spiega:

Caitanya dà un bellissimo esempio ... Nel passato, il re puniva un criminale immergendolo nel fiume, sollevandolo per farlo respirare e immergendolo di nuovo. La natura materiale punisce e premia l’essere vivente nello stesso modo: quando è punito, viene immerso nell’acqua delle miserie materiali, e quando è premiato, viene risollevato per un po’.

Perfino dopo questa orribile esperienza, ogni volta che l’oceano mostrava un aspetto più benevolo continuavo a surfare. Un giorno, circa un anno dopo, migliaia di surfisti si divertivano in condizioni di mare ideali: onde fantastiche di media grandezza lungo tutta la costa meridionale della California. In quella bella giornata di sole surfavo al largo della Decima Strada di Manhattan Beach. Era così piacevole che per chiunque di noi sarebbe stato difficile ammettere che “surfare è soffrire”, ma poi uno dei miei compagni notò qualcosa di strano: una tavola era stata trascinata a riva vicino alla Nona Strada, ma il proprietario della tavola non si vedeva da nessuna parte.

Quando i bagnini ne furono informati, sospettarono il peggio: forse il ragazzo era stato colpito sulla testa dalla sua tavola, era rimasto privo di sensi ed era affogato. Improvvisamente, la nostra “perfetta” giornata di surf diventò paradossale. Con i loro megafoni, i bagnini ci chiesero di portare le nostre tavole sulla spiaggia. Ci fu poi detto di rientrare nell’acqua, formare una catena umana tenendoci per mano e guadare nell’acqua bassa nel tentativo di trovare il cadavere del surfista. Ricordo l’inquietante sensazione di camminare in quella catena; speravo disperatamente di non trovare il cadavere.

Certamente non volevo essere io a sentirmi sfiorare le gambe da quel corpo. Quanto drammaticamente il nostro spirito di godimento fu annullato quel giorno dalle onde dell’esistenza materiale! Alla fine, la Guardia Costiera recuperò il corpo gonfio del ragazzo poche miglia al largo. In quel momento fummo costretti a pensare seriamente alla vita materiale. Sebbene questa disgrazia avesse fortemente scosso la nostra capacità di godere del mondo — nel caso specifico attraverso lo sport del surf — per la maggior parte di noi il senso di gravità, ovvero di sobrietà, non durò molto a lungo. Srila Prabhupada spiega questo fenomeno:

Smasana-vairagya [“il distacco da crematorio”] si riferisce al fatto che in India gli indù bruciano i cadaveri. I parenti ne portano uno al ghata per farlo bruciare e quando è bruciato, tutti i presenti diventano temporaneamente inclini alla rinuncia: “Oh, questo è il corpo e noi lavoriamo per questo corpo. Ora è tutto finito. È diventato cenere. A che serve?” In quel momento si manifesta vairagya, un senso di rinuncia, ma appena si esce dal ghata si ricomincia ad agire come prima.

Nello smasana, cioè nel ghata del crematorio, si adotta la rinuncia, ma appena tornati a casa si è di nuovo pieni di energia e pronti a guadagnare denaro, guadagnare denaro, guadagnare denaro, guadagnare denaro. Questo genere divairagya si chiama dunque smasana-vairagya, distacco provvisorio.
(Lezione data a Londra il 24 luglio 1973)


Il nostro distacco, vairagya, fu temporaneo: quest’esperienza agghiacciante scivolò rapidamente nel nostro subconscio e uscimmo di nuovo a surfare. Nella sua introduzione della Bhagavad-gita Così Com’è, Srila Prabhupada spiega come ogni cosa nell’esistenza materiale implichi sofferenza, in quanto i piaceri materiali sussistono sullo sfondo precario della temporaneità.


Il fine della Bhagavad-gita è liberare gli uomini dall’ignoranza che caratterizza l’esistenza materiale. Tutti sono alle prese con mille difficoltà. Arjuna, per esempio, era in difficoltà perché doveva affrontare la battaglia di Kuruksetra, ma si abbandonò a Krishna e la conseguenza fu che il Signore espose la Bhagavad-gita. Come Arjuna, anche noi siamo immersi nelle angosce della vita materiale, che consideriamo l’unica realtà. La nostra esistenza è nell’atmosfera della non esistenza [il corsivo è mio]. La verità è che non apparteniamo alla non esistenza, perché siamo eterni, anche se per un motivo o per l’altro siamo stati messi nell’asat, ciò che non esiste.



Un Altro Modo di vedere Dewey Weber

Quel giorno, quando il nostro principe del surf morì, una nuda verità colpì nel segno: per quanto attraente possa sembrare, il surf non può mai essere una panacea per le sofferenze dell’esistenza materiale. Riflettendo sull’opinione di Srila Prabhupada sul surf e sulla mia esperienza personale, ora vedo Dewey Weber in una luce diversa. Anche se tuttora lo ammiro come grande surfista e come libero spirito creativo alla ricerca dell’onda perfetta, mi unisco a Prabhupada, che dice: “Se non ci si chiede il perché della sofferenza, se non si realizza di non voler soffrire e non si cerca di trovare la soluzione a ogni sofferenza, non si può essere considerati esseri umani perfetti.” (Gita, Introduzione)

A volte, mi chiedo quale sorte sia toccata a Dewey Weber: sarà rinato davvero sotto forma di pesce? In questo momento sta nuotando nelle acque di Malibu, di Bondi Beach o delle Hawai, oppure si trova nello stomaco di un pescecane o di un pellicano? Forse. Ma grazie alla misericordia di Srila Prabhupada c’è un’altra possibilità: poiché durante gli anni ’60, ’70 e ‘80 Weber andò più volte in aereo alle Hawai partendo da Los Angeles — quando i devoti Hare Krishna distribuivano migliaia di copie della Bhagavad-gita, dello Srimad-Bhagavatam e di altri libri trascendentali all’aeroporto internazionale — è molto probabile che abbia ricevuto almeno uno dei libri di Srila Prabhupada. Poiché la parte finale della sua vita fu ignobile, egli aveva ogni ragione di farsi domande sulla propria sofferenza e può darsi che abbia aperto uno di quei libri per avere le risposte. In tal caso, lo avrebbe atteso un futuro migliore, forse simile a quello di Alalanatha Dasa.


Surfare nel Nettare della Devozione

Alalanatha Dasa è stato uno dei numerosi surfisti che negli anni ’70 diventarono devoti di Sri Krishna a Melbourne, in Australia. “Il Surf era tutta la mia vita, [ma] la mia ansia cresceva ogni giorno di più nel vedere la forza del tempo che me lo portava via. Poiché le mie energie iniziavano a declinare, dovevo accettare il fatto che surfisti più giovani avrebbero preso il mio posto. L’agonismo professionale aveva implicato uno sforzo costante nella costruzione del mio falso ego — l’immagine di me stesso come il goditore supremo.

A un certo punto però, ho visto la mia identità di servitore del vero Goditore Supremo, Dio: agli inizi del 1976, lessi laBhagavad-gita e diventai subito un devoto di Krishna a tempo pieno nel tempio di Melbourne.” Hari-sauri Dasa ricorda Charles, un altro giovane australiano talmente assuefatto al surf da cambiare legalmente il proprio cognome; divenne Charles Ofthesea (Del Mare). Con questa scelta, sembrava che Charles si stesse dirigendo verso una vita successiva da essere acquatico, proprio come un gran numero di surfisti o di subacquei, che indossando mute di gomma simili alla pelle dei pesci, già in questa vita si trasformano tangibilmente in creature d’acqua, nella psicologia e nel fisico.

Per fortuna, come Alalanatha Dasa, Charles intraprese seriamente il bhakti-yoga. Srila Prabhupada lo benedisse con l’iniziazione spirituale e cambiò per la seconda volta il nome di Charles chiamandolo Praceta Dasa. Lo Srimad-Bhagavatam descrive i Praceta come dei fratelli inclini alla devozione, che compirono austerità nell’acqua — non con l’animo gaudente dei surfisti, ma per l’avanzamento spirituale. Come i Praceta, possiamo utilizzare l’acqua e qualsiasi altra risorsa materiale in modo cosciente di Krishna, per uscire dalla sofferenza, oppure farne un cattivo uso e annegare nell’oceano dell’esistenza materiale, dove non ci sono onde perfette, ma solo una quantità di sciagure.

Srila Prabhupada guardava con legittimo pessimismo allo sport del surf, ma nel 1975, durante una passeggiata mattutina a Durban, in Sud Africa, il suo discepolo Pusta Krishna Dasa condivise con lui una realizzazione su come i devoti coscienti di Krishna gustino una forma più elevata di surf. “Diciamo loro [ai surfisti]: ‘Sì, noi surfiamo nell’oceano del bhakti-rasa [il gusto sublime del servizio devozionale].”’ In questa prospettiva, Jayananda Prabhu, un discepolo esemplare di Srila Prabhupada scomparso nel 1977, cercò di fare amicizia con i surfisti e di attrarli alla sperimentazione del gusto spirituale più elevato, come Hari-vallabha Dasa ricorda nel libro Radha-Damodara Vilasa: “Jayananda citava Prabhupada, ma era sempre, genuinamente interessato ad ascoltare quello che avevi da dire. ‘Oh, surfi? Che bello! Che cosa si prova a cavalcare quelle onde enormi?’ Entrava in empatia con te.

Non diceva che il surf è maya. Non si comportava mai così. ‘Sì, mi piacerebbe farlo — cavalcare quelle grandi onde.’ Era semplicemente tuo amico.” Diversamente dal mio prepotente “amico” Bill, che cercava, senza saperlo, di costringermi a “cadere” nelle onde dell’esistenza materiale, Srila Prabhupada e i suoi sinceri servitori, come Jayananda Prabhu, sono i nostri veri amici ed eterni benefattori. Motivati esclusivamente dalla misericordia senza causa e dalla compassione, c’invitano a giocare e a surfare nel bhakti-rasamrita-sindhu, l’oceano di nettare della devozione, nel sentimento di seva (servizio), come servitori felici e non persone sofferenti concentrate su di sé.


Sarvabhauma Dasa, discepolo di Tamal Krishna Goswami, risiede a Houston, nel Texas, dove s’impegna in vari progetti di predica e in composizioni scritte coscienti di Krishna.



Si Può Collegare il Surf con la Coscienza di Krishna?


Può darsi che alcuni lettori attratti dalbhakti-yoga si divertano con il surf, considerandolo una forma innocua di ricreazione. In effetti, nella Bhagavad-gita (6.17) Sri Krishna include lo svago moderato (vihara) nello stile di vita sobrio caratteristico di uno yogi: “Chi è moderato nel mangiare e nel dormire, nel lavoro e nello svago, può mitigare le sofferenze materiali con la pratica dello yoga.” A differenza di sport più violenti, come la caccia, la pesca, la boxe o il football, il surf arreca il minimo danno agli esseri viventi e all’ambiente. Anche se tutto questo è vero, il surf in se stesso non è un verosadhana, ossia una pratica spirituale che può portare alla cessazione delle sofferenze materiali, come dimostrano ampiamente gli esempi di Dewey Weber e di migliaia di altri surfisti. Srila Prabhupada ha detto che cantare ogni giorno sedici giri di maha-mantra — Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama, Hare Hare — astenendosi dal mangiare carne, pesce e uova, dal sesso illecito, dall’uso di

sostenza intossicanti e dal gioco d'azzardo, costituisce un mezzo efficace per trascendere questo mondo materiale e le sofferenze concomitanti. Cantare con attenzione sedici giri richiede da un’ora e mezzo a due ore e mezzo al giorno. Surfare sull’oceano (o su Internet) ruba tempo prezioso e per un devoto serio può essere una distrazione. Concentriamoci sulle priorità: qual è la più importante e la più efficace? Namacarya Haridasa Thakura cantava costantemente, stava in compagnia di devoti elevati e ascoltava parlare dei divertimenti di Krishna. Il suo livello di estasi era così sublime che né il dolore materiale provocato dalle violente bastonate ricevute in ventidue piazze, né le più seducenti prostitute, potevano turbarlo. Dewey Weber surfava costantemente, stava in compagnia di altri surfisti, parlava di surf, costruiva e vendeva tavole da surf, ma quale fu il risultato? Se un devoto è così attratto dal surf da non riuscire a smettere, ma nello stesso tempo realizza il valore superiore della coscienza di Krishna, dovrebbe almeno fare il voto

di non andare a surfare prima di aver completato il numero quotidiano di giri prescritti. Che succede se un surfista non riesce a fare neanche questo? Almeno in un’occasione Srila Prabhupada disse che se perfino un ubriaco canta il santo nome del Signore tra un sorso di liquore e un altro, farà avanzamento spirituale. In una lezione sullo Srimad-Bhagavatam (1.8.22) a Los Angeles, nel 1973, Prabhupada spiegò: Niente è male, ma se qualcosa produce effetti negativi, allora è male. Chiederò quindi anche agli ubriachi ... Nel vostro Paese ci sono molti ubriachi. Non mancano. “Se mentre bevi il vino, ti ricordi che questo buon sapore del vino è Krishna ... Comincia in questo modo. Un giorno diventerai una persona santa, cosciente di Krishna.” È molto bello, pratico. Così, se un surfista canta Hare Krishna mentre aspetta un’onda, mentre cerca di prendere un’onda, mentre cavalca un’onda o mentre cade, può perfezionare gradualmente la sua vita umana. Altrimenti, che cosa preferiresti essere, una sardina o una seppia?

[phpBB Debug] PHP Warning: in file [ROOT]/vendor/twig/twig/lib/Twig/Extension/Core.php on line 1266: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable
[phpBB Debug] PHP Warning: in file [ROOT]/vendor/twig/twig/lib/Twig/Extension/Core.php on line 1266: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable
[phpBB Debug] PHP Warning: in file [ROOT]/vendor/twig/twig/lib/Twig/Extension/Core.php on line 1266: count(): Parameter must be an array or an object that implements Countable

Return to “Il Forum di tutto e di tutti - Benvenuti!”

Who is online

Users browsing this forum: No registered users and 2 guests