Register - Registrate - IscrivitiContact - Srila Prabhupada - Biblio - Video - Manonatha Dasa

Manonatha Dasa (ACBSP)Alcune note sul Vedanta

Gli scritti, i video e gli audio di Manonatha Prabhu.
Dasa
Site Moderator
Posts: 140
Joined: Thursday 22 December 2016, 12:38
United States of America

Alcune note sul Vedanta

Postby Dasa » Thursday 2 March 2017, 8:23

1. I Darshana
Il sistema filosofico chiamato Vedanta costituisce uno dei sei Darshana dell’eterna saggezza divina. Il termine Darshana proviene dalla radice “drish”, che vuol dire “vedere” oppure “osservare”. Dunque i Darshana non sono differenti dottrine, ma diverse angolazioni dalle quali osservare la stessa Realtà Suprema, la Verità Unica e Assoluta.
Certamente, nel corso degli anni e anzi dei millenni, i Darshana hanno subito gravi manipolazioni, fino a divenire sistemi spesso in contrapposizione tra loro. Ma gli originali sono, appunto, sei diverse prospettive.

Questi sono: Il Vedanta, lo Yoga, il Sankhya, il Mimamsa, il Nyaya e il Vaisheshika.

L’Acarya principale del Vedanta nella sua versione originale, che afferma l’esistenza trascendentale personale del Brahman, è Vyasadeva stesso. Egli è ha compilato e conferito ordine sia alle Upanishad che al Vedanta-sutra (detto anche Brahma-sutra). Dello Yoga è certamente Patanjali, colui che ha redatto lo Yoga-sutra. Del Sankhya l’Acarya è l’avatara Kapila, il figlio di Kardama e Devahuti (da non confondersi con l’impostore omonimo). Del Mimamsa è il Brahmana Jaimini, discepolo di Vyasa, e autore del Mimamsa-sutra. Del Nyaya troviamo il celebre saggio Gautama Akshapada, che ci ha dato il Nyaya-sutra. Del Vaisheshika Kanada, autore del Vaisheshika-sutra.

In questa sede parleremo del Vedanta, il più importante fra tutti.

2. Definizione di Vedanta e il problema dell’autenticità
La parola Vedanta significa “ciò che sta alla fine dei Veda”. Tutti i precetti che mirano a spiegare lo scopo vero, il reale significato filosofico, ciò che, insomma, i testi vedici vogliono intendere, possono essere definiti Vedanta.

Come sappiamo, i Veda sono un’ampia raccolta di libri che tratta di numerosissimi argomenti. La funzione del Vedanta, nella logica totale del Darshana, è quella di darne il siddhanta, la conclusione filosofica autentica.

Oggi ci sono diversi sistemi che si definiscono Vedanta e il problema è stabilire quale sia quello vero, quello che a ragione può fregiarsi di tale titolo.

Le correnti di pensiero più importanti, che si sono date lunga e vigorosa battaglia, sono due: quella personalistica di Vyasa, appunto il compilatore di tutti i Veda e del Vedanta-sutra, assertore convinto del dualismo spiritualistico, e quella di Shankara, autore (tra l’altro) del Shariraka-bhashya, che sostiene invece l’idea del monismo spiritualistico.

In origine il termine Vedanta voleva indicare le Upanishad e scritti dello stesso genere, quale ad esempio il Vedanta-sutra, redatti allo scopo dichiarato (è bene ribadirlo) di dare un commento di tipo filosofico ai Veda; il fatto che fossero stati compilati dallo stesso autore conferiva loro la massima autorità, universalmente riconosciuta.

Oggi, tuttavia, vige l’errata consuetudine di usare l’espressione Vedanta per riferirsi al sistema Advaita di Shankara, per via dell’enorme popolarità che nel corso dei secoli è andato riscuotendo. Sono idee, queste, che piacciono, specialmente agli aridi speculatori intellettuali.

Ma tale dottrina, chiamata Mayavada o Advaita-vada, è stata aspramente avversata dai maestri vaishnava. Coloro i quali hanno raggiunto i risultati più efficaci in questa lotta di pensiero sono stati Ramanuja, Madhva, l’avatara di Krishna Shri Caitanya Mahaprabhu e i suoi diretti discepoli, fino agli Acarya del nostro secolo, come Shrila Bhaktisiddhanta Sarasvati e il nostro Shrila Prabhupada. Essi hanno sostenuto che la versione di Shankara è una sua speculazione personale, che il vero Vedanta deve essere appreso direttamente dal suo autore originale, Vyasadeva, e che i siddhanta non devono mai cambiare da quelli originali. In altre parole, è accettato e anche auspicabile che ogni maestro elabori e parli della verità secondo il proprio linguaggio e la propria comprensione, ma le conclusioni essenziali non possono variare in modo tanto sostanziale, come nel caso di Shankara. Tuttavia del confronto storico fra personalismo e impersonalismo parleremo in seguito.

Oggi, dunque, negli ambienti degli studiosi del pensiero indiano, il Vedanta non è ritenuto un sistema unitario, ma abbraccia una quantità di opinioni dottrinali; tutti sono però concordi nell’accettare un Principio Assoluto Unico e le Upanishad come autorità indiscussa. Per fortuna, almeno si ha una base universalmente accettata.

3. I testi principali
Ma quali sono i testi Vedanta?

Come abbiamo detto, le Upanishad. Poi la celeberrima Bhagavad- gita, capitolo del Maha-bharata. E il Brahma-sutra (detto anche Vedanta-sutra o Vyasa-sutra). Tuttavia secondo importanti autorità, il Vedanta più importante è lo Shrimad-Bhagavatam (o Bhagavata Purana), in quanto pone tutte le tematiche filosofiche nel loro giusto contesto, cioè quello devozionale.

Ma i testi appena menzionati sono solo i più importanti. Vedanta sono anche i Purana (i più importanti sono diciotto), l’intero Maha-bharata (che oltre alla Bhagavad-gita contiene altri momenti di sublime filosofia), il Ramayana, gli Agama, i Tantra e i vari Dharma-shastra. Noi, indegni rappresentanti della Gaudiya-sampradaya, non temiamo di sbagliare includendo nella classificazione Vedanta anche i lavori di grandi Acarya, come i Gosvami di Vrindavana e gli altri che li hanno seguiti.
Ma incominciamo, ora, ad analizzare le Upanishad.

4. Le Upanishad
La parola Upanishad si divide in “upa”, stare al di sotto, e “anisha”, dipendente. Dunque, indica il modo di ricevere la conoscenza, da un Guru e con spirito di umiltà.

Le più importanti sono cento e otto. La lista completa la ritroviamo nella Muktika-Upanishad, riportata anche da Shrila Prabhupada nel Caitanya-Caritamrita (Adi-lila, 7.108). Lo scopo di presentarne i nomi è ovvio: si fugano in tal modo i tentativi dei soliti disonesti di presentare qualsiasi propria elucubrazione mentale come una Upanishad originale. Tra queste, le più importanti sono: Isha, Kena, Katha, Prashna, Mundaka, Mandukya, Taittiriya, Aitareya, Chhandogya, Brihad-aranyaka e Shvetashvatara. Se si vuole capire il vero spirito delle Upanishad, è fondamentale studiare queste undici.

Secondo le tesi generalmente accettate negli ambienti degli studiosi di “cose indiane”, queste opere potrebbero essere suddivise in: Upanishad antiche (che risalirebbero al primo millennio a.C.), e Upanishad del periodo medio (che avrebbero cominciato a essere concepite agli inizi dell’era cristiana). Del primo gruppo farebbero parte la Brihadaranyaka, la Chhandogya, la Taittiriya, l’Aitareya e la Kaushitaki. Al secondo le altre, come la Katha, la Isha, la Shvetashvatara e via dicendo.

In realtà, tale divisione è completamente arbitraria e priva di qualsiasi fondamento. Le Upanishad fanno parte di antichissime tradizioni, e la maggior parte di loro è contenuta nei Veda stessi. Per questa ragione è particolarmente difficile datarle. Il solo modo sarebbe di risalire al periodo in cui sono vissuti i protagonisti, ed è per questo che l’unica autorità in materia sono le scritture stesse. Le datazioni che ci vengono offerte dagli “studiosi occidentali” sono totalmente inattendibili proprio perchè non seguono questo principio, ma tendono a basarsi su metodi che spesso sfiorano addirittura il ridicolo.

Gli argomenti che troviamo nelle Upanishad sono così numerosi che è davvero difficile darne un riassunto. Così abbiamo pensato di riassumere i temi principali di alcune di loro. Ne abbiamo scelte due: la Katha Upanishad e la Isha Upanishad.

5. La Katha Upanishad
Il nome proviene dal suo oratore originale, un Rishi di nome Katha.
Scritture teiste per eccellenza, tutte le Upanishad iniziano sempre offrendo rispettosi omaggi al Signore Supremo Brahman e al maestro spirituale dell’autore. La Katha non costituisce eccezione. Tali premesse chiamano le benedizioni che sono necessarie quando si affrontano argomenti di tale importanza.

La Katha Upanishad racconta la storia del giovane Naciketa. Un giorno questi assiste a uno dei sacrifici del saggio Uddalaka Aruni, suo padre, e nota che la liturgia prevede l’uccisione di alcuni animali. Il giovane comincia a contestare la validità di tali atti, e lo fa con tale insistenza che il padre, evidentemente contrariato, in un atto d’ira condanna il figlio alla stessa sorte degli animali, e cioè a perdere la vita.

A quei tempi i brahmana possedevano tali poteri che le loro maledizioni non potevano mai cadere nel vuoto, per cui Naciketa abbandona le sue spoglie mortali e si dirige verso il regno del deva della morte, Yama. Giunto a destinazione, non lo trova, e decide di attendere il suo ritorno.

Quando l’essere celeste che dispone del destino delle anime dopo la loro morte guarda il viso del giovane, capisce di avere a che fare con un brahmana dalle grandi qualità spirituali, per cui si sente in colpa per averlo fatto aspettare. Così dice: “Giovane Naciketa, chiedimi tre benedizioni e io te le accorderò”.

Contento, Naciketa chiede prima di tutto di poter riguadagnare l’amore di suo padre, poi di acquisire la perfetta conoscenza dei mezzi necessari a raggiungere i pianeti celesti, ed infine di imparare l’eterna scienza dell’anima e il meccanismo che regola le trasmigrazioni.

Le prime due benedizioni potevano facilmente essere accordate, mentre la terza richiedeva l’accertamento delle qualità dell’aspirante discepolo. Così Yama mette alla prova il virtuoso ragazzo, mettendogli a disposizione tutte le fantastiche gioie che i pianeti celesti offrono: una vita lunghissima, bellissime donne, il potere, e tante altre cose a cui materialisti continuamente aspirano. Ma Naciketa declina tutte le offerte: “Cosa vuoi che ci faccia con quel tipo di benedizioni? Le gioie della materia logorano il vigore dei sensi e della mente, durano poco, e quando sono passate non lasciano traccia se non la frustrazione. Infine dobbiamo morire. Dunque, qual’è la loro utilità?”

Yama ribatte: “Hai ragione. Non sempre ciò che piace è buono. Quando l’uomo agisce, può avere in mente due fini diversi: o ciò che gli piace, o cerca ciò che gli è di beneficio. Colui che sceglie il bene agisce bene, mentre chi opta per il piacevole si allontana dalla vera destinazione della vita. E’ necessario imparare a distinguere. Tu oggi hai rifiutato i piacere sensoriale che volevo offrirti e hai dato così prova di possedere una conoscenza corretta. Chi è saggio non cade vittima dell’ignoranza. Io ora ti accetto come discepolo perchè sei veramente determinato nella ricerca della verità.

“Nel mondo dell’ignoranza ci sono degli stolti che credono di sapere molto, e invece girano attorno alle parole all’infinito, senza mai arrivare ad alcuna conclusione giusta. Costoro dicono che esiste solo questo mondo, che al di là di esso nulla esiste: l’unico risultato che ottengono è di cadere sotto il mio dominio (cioè morire).

“Fortunato è colui che riceve la grazia di poter capire l’Anima Suprema. Quanto deve questi essere ammirato e lodato! Chi non si è realizzato grazie alla scienza dello Spirito non può capire la Verità. Certamente non ci si arriva con le argomentazioni futili e le esercitazioni logiche; infatti Dio non può essere capito solo col proprio sforzo indipendente. Questi premi (cioè il raggiungimento della conoscenza e di altre gratificazioni materiali) sono di natura inferiore, e come tali verranno prima o poi distrutti dalla potenza del Supremo. Pensa: anche il mio regno è temporaneo. Appena i risultati delle austerità che ho compiuto saranno esauriti, abbandonerò questa posizione così elevata e qualcun altro verrà al mio posto.

“Invece tu hai già rinunciato a ogni gratificazione dei sensi, raggiungendo così il favore della Suprema Persona che è nascosta nella parte più intima del cuore. Questo stadio è cosa molto rara da ottenere. Chi si riconosce come parte della Sua natura spirituale, può entrare nel reame fatto di eterna beatitudine.”

A queste parole, Naciketa chiede: “Cos’è ciò che trascende la realtà materiale? Al di là dei rapporti di causa ed effetto, cosa o chi esiste? Chi o cosa non cade mai vittima del passato, del presente e del futuro?”

Yama risponde: “Tale reame giace nella sillaba Aum, che è la rappresentazione sonora della Realtà Suprema. Vibrando questo mantra e identificandosi nella Sua qualità spirituale, si realizza anche l’Aspetto Personale di Dio, e alla fine è possibile giungere nel Suo regno eterno. E’ di fondamentale importanza comprendere la propria natura spirituale. Vede male chi pensa di poter uccidere o di poter essere ucciso. Anche se l’io individuale è piccolo, colui che realizza la propria natura spirituale diventa grande, e in questo modo si libera da ogni forma di pena e di dolore.

“Questo (l’essere individuale) è diverso dall’Essere Supremo, che si muove e allo stesso tempo non si muove. Privo di corpo materiale, vive in tutte quelle creature che posseggono un involucro composto di natura inferiore. Egli vive all’interno di tutto ciò che è transitorio. Solo i saggi conoscono questo Atma Supremo. Ma non Lo si può realizzare solo con lo studio o con l’erudizione, bensì agendo nella giusta maniera e servendolo con devozione. Altrimenti Egli rimane al di là della nostra possibilità di percezione. La differenza che esiste tra la luce e l’ombra è la stessa che passa fra i seguaci del rituale vedico e i veri conoscitori del Brahman. Senza conoscenza vera e realizzata non Lo si può conoscere.

“Il corpo è come un carro. L’anima Suprema vi sta sopra. L’intelletto è il guidatore, e la mente ne costituisce le redini. I sensi sono i cavalli e gli oggetti dei sensi sono paragonabili alla strada. I saggi che sanno discriminare correttamente vedono la natura spirituale dell’io come la fonte della gioia della vita. Invece l’uomo che si identifica col corpo ha la mente irrequieta come un cavallo imbizzarrito, e perde se stesso.

“Tuttavia quando la mente è sotto pieno controllo, si acquista la discriminazione, che è la perfetta conoscenza. Allora l’uomo giunge a conseguire la vittoria sul ciclo delle morti e delle rinascite; solo allora realizza e si ricongiunge al Signore Originale Vishnu.

“Nulla esiste al di là del Purusha, che è l’aspetto personale della Verità Assoluta. Questo è l’apice di ogni realizzazione. Dio si rivela solo ai puri di cuore; per questa ragione devi cercare la compagnia dei saggi illuminati e imparare da loro. Questo sentiero è difficile, e pericoloso come camminare sul filo affilato di un rasoio.

“Priva di qualità materiali è l’Anima Suprema; chi la realizza si libera per sempre dalle fauci della morte.

“I sensi materiali sono stati creati dal Signore con la tenden-za naturale di andare a cercare all’esterno. Ma quella persona rara che ambisca alla liberazione deve rivolgersi al proprio interno dove, nel cuore, scopre l’Anima Suprema. Questo livello di realizzazione non è differente da quello di Brahman.

“In realtà tutto è Lui, perchè tutto è Sua energia. In questo senso non esiste alcuna diversità nell’universo. Chi crede che esista qualcosa che sia indipendente da Brahman, viaggia di morte in morte, in quanto smarrisce l’uno dietro ai molti. Questa realizzazione si ottiene concentrando la mente su un oggetto spirituale. Dunque il puro atma (cioè l’entità individuale non suprema) si riunisce con il Brahman Assoluto, tornando a consistere di sola essenza spirituale.

“Quando il tempo di cui si dispone in questa vita è terminato, in accordo al proprio karma si assumono nuovi corpi, che possono essere di tipo superiore, inferiore, o della stessa specie. Ma le gioie e i dolori sono tutte illusorie, e nessun uomo saggio ne proverà diletto.”

Naciketa chiede: “Come possiamo allora realizzare l’Eterno?”

Yama risponde: “L’universo tutto trova il suo sostegno e la sua ragione nel Brahman; chi Lo conosce diventa immortale. Solo chi realizza il Supremo si libera dal ciclo delle rinascite. Regolando le attività del corpo e meditando continuamente sull’essenza trascendentale del Purusha, che è per sempre puro e immortale, si realizza l’Essere Supremo da cui tutto scaturisce.”

Facendo tesoro di quegli insegnamenti e praticando con grande serietà le discipline dello yoga, Naciketa trascese ogni condizionamento materiale e ottenne la liberazione.

6. La Isha Upanishad
Nonostante sia composta di soli diciotto versi, questa è considerata una delle Upanishad più importanti.

Fin dal primo verso, si definiscono le qualità della Personalità di Dio. Viene detto che Egli è perfetto e completo, che nulla Gli manca. Di conseguenza, con le dovute proporzioni e tenendo conto delle rispettive funzioni, tutto ciò che emana da Lui è similmente perfetto e completo. Ma nell’atto creativo Egli non perde nulla di se stesso, non si annulla nella sua creazione, e dunque rimane sempre completo e indipendente.

Ogni cosa che esiste, animata o inanimata che sia, è controllata dal Signore e a Lui appartiene. Sapendo ciò, nessuno deve prendere più di ciò che gli è necessario alla sopravvivenza. Chi agisce con questa coscienza potrebbe anche vivere per centinaia di anni, perchè non è più soggetto alle terribili leggi del karma. Questo è il modo corretto di comportarsi in questo mondo. Colui che “uccide l’anima” vive e induce gli altri a vivere nell’ignoranza: chiunque egli sia, si addentra nei bui pianeti dove non esiste la conoscenza.

Sebbene non abbandoni mai la Sua dimora, La Suprema Personalità di Dio è più veloce di ogni cosa e nessuno, neanche i deva più potenti, Le si possono avvicinare con i loro poteri materiali. Egli li controlla tutti. Nessuno è potente come Lui. Egli cammina e non cammina; molto lontano, è anche molto vicino; allo stesso tempo è dentro e fuori ogni cosa.

Chi vede tutto in relazione al Supremo Signore, chi vede tutte le entità viventi come parti della Sua energia divina, chi Lo vede dentro ogni cosa, non odia nulla e nessuno. Egli sa che tutte le entità viventi sono scintille spirituali, in qualità per nulla dissimili al Signore: sapere ciò è vera conoscenza. Questi, dunque, non conosce l’illusione e l’ansietà. Conosce realmente “il più grande di tutti”, che non possiede un corpo materiale, che non conosce l’errore, che non ha vene come noi, che è puro e incontaminato, il filosofo che non necessita di nulla e di nessuno, e da sempre soddisfa i desideri di tutti.

Coloro che coltivano l’ignoranza entrano nelle più oscure re-gioni dell’ignoranza, ma peggiore ancora è il destino di chi coltiva la falsa conoscenza. Infatti i risultati che provengono dalla conoscenza sono ben diversi da quelli che si ottengono dalla nescienza. Solo chi è in grado di conoscere la verità sull’ignoranza e sul sapere trascendentale (avendole messe a confronto) può sconfiggere le nascite e le morti ripetute, e godere così della piena benedizione dell’immortalità. Ma chi adora gli esseri celesti (i deva) entra nelle regioni buie dell’ignoranza, e ancora peggiore è il destino di coloro che ambiscono a fondersi nell’assoluto impersonale. Risultati diversi ottengono coloro che adorano ciò che è supremo e coloro che adorano ciò che non lo è. Tutto ciò è stato spiegato con chiarezza da quelle autorità imperturbabili che hanno trasceso ogni illusione.

E’ necessario conoscere perfettamente la Suprema Personalità di Dio e il Suo Nome Trascendentale, così come il meccanismo della creazione materiale. Chi conosce tutto ciò vince la sua battaglia contro la morte e si trasferisce al di là della manifestazione cosmica effimera, entrando nel regno trascendentale di Dio, dove godrà di una vita eterna fatta di felicità e di conoscenza.

O mio Signore, sostenitore di tutto ciò che vive, il Tuo vero viso è coperta dalla Tua luce accecante: per favore, rimuovi quella copertura e mostrati al Tuo puro devoto. Mio Signore, filosofo primordiale, mantenitore dell’universo; o principio regolatore, destinazione ultima dei Tuoi puri devoti, benefattore dei progenitori dell’umanità; per favore, sposta la luce abbagliante di quei raggi trascendentali, così che io possa ammirare la Tua forma fatta di felicità. Tu sei l’eterna Suprema Personalità di Dio, simile al sole, come lo sono io.

Fa che questo corpo temporaneo sia ridotto in cenere, e che il mio soffio vitale si immerga nella totalità dell’aria. Ora, o Signore, per favore, ricorda tutti i sacrifici che Ti ho dedicato; ricorda tutto ciò che ho fatto per Te. O mio Signore, potente come il fuoco, o onnipotente, ora Ti offro tutti gli omaggi e cado ai Tuoi piedi. Guidami lungo il giusto sentiero che porta a Te. E siccome tu sai cosa ho fatto nel passato, liberami dalle reazioni dei peccati, cosicchè il mio avanzamento non conosca ostacoli.

7. Temi dominanti delle Upanishad
Certamente non si può sapere tutto delle Upanishad studiandone due sole, però a nostro parere questi riassunti illustrano in modo chiaro i temi dominanti che troveremo in tutte le scritture Vedanta.

In primo luogo abbiamo visto quanto nettamente si operi una divisione tra il materiale e lo spirituale. L’unica cosa che unisce queste due energie è la sorgente comune, che è Brahman, la Suprema Personalità di Dio. Baladeva Vidyabhushana traduce il termine Brahman come “colui che è in possesso di infinite qualità”, ed è lo stesso significato di Purusha. La natura della materia e dello spirito sono completamente diverse. La seconda è il mondo della verità, il luogo dove si vive in eterno; noi stessi, eternamente individui, abbiamo un corpo fatto di spirito, sat, cit e ananda, eterna felicità e conoscenza. La materia, al contrario, è la dimensione della falsità, dell’illusione, della temporaneità. Perciò il compito del saggio non potrà mai essere quello di crogiolarsi nelle vane soddisfazioni mondane, ma di elevarsi al di là di esse rifiutando l’illusione e abbracciando la verità. Ma, in pratica, come è possibile raggiungere questo stato di perfezione?

Si deve adorare e servire Dio, concentrare la mente sui suoni trascendentali come Omkara (Yamaraja lo consigliava infatti a Naciketa) o meglio ancora il Maha-mantra Hare Krishna (come consigliava Shri Caitanya Mahaprabhu), osservare le strette discipline che coinvolgono il corpo, la lingua e la mente, eliminare ogni desiderio di gioia indipendente. Tutto ciò può condurci alla discriminazione solida, cioè alla conoscenza trascendentale, quella che non ci fa tornare a considerare il falso come la verità.

E chi è questo Dio su cui dobbiamo meditare e a cui dobbiamo ricongiungerci?

E’ l’Essere Originale e Unico, da cui tutto prende inizio. Ma è una persona o un’energia? E’ questo un argomento complesso da affrontare. Per secoli ognuno ha proclamato la propria interpretazione come quella giusta: c’è chi crede in un’energia impersonale, ma questa teoria si espone a contraddizioni insormontabili. Infatti le Upanishad parlano di adorare Dio, però se Dio non fosse una persona ma una specie di “fluido”, di sostanza spirituale nella quale dobbiamo tornare ad immergerci, avendo realizzato che quella siamo noi, non si capisce chi e cosa dovremmo adorare. “Per favore, sposta la luce abbagliante di quei raggi trascendentali, così che io possa ammirare la Tua forma fatta di felicità”, dice inequivocabilmente la Isha Upanishad. “Nulla esiste al di là del Purusha, che è l’aspetto personale della Verità Assoluta. Questo è l’apice di ogni realizzazione”, dice inoltre la Katha Upanishad.

Anche la Chhandogya, la Shvetashvatara e le altre, indicano chiaramente un Dio personale, distinto dalle Sue emanazioni, uguale a noi solo qualitativamente. A Costui, Vishnu, (come dice la Katha) dobbiamo arrenderci. E’ vero che non tutte le Upanishad sono così nette e chiare come invece lo sono altri scritti Vedanta, quali la Bhagavad-gita e lo Shrimad-Bhagavatam, ma questo fa parte della strategia divina. Come abbiamo detto, riprenderemo in seguito l’analisi di questo spinoso argomento, per millenni ragione di dibattiti infuocati.

Articolo di Manonath Dasa (ACBSP)

Return to “Manonatha Dasa (ACBSP)”

Who is online

Users browsing this forum: No registered users and 1 guest